Tatuaggi femminili, dalle origini al banale

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Mi tatuo o non mi tatuo?

I tatuaggi femminili rappresentano uno dei grandi dilemmi dei canoni estetici: attraenti o volgari? Realizzabili per fasce di prezzo a partire da €50 – alcuni arrivano a costare migliaia di euro – e in ormai tutte le città italiane, esprimono la quasi totalità della moda negli anni 2000. Alcune comunità vietano qualsiasi tipo di simbolo permanente per motivi religiosi, altre venerano i tatuaggi come gioielli. In Occidente hanno un valore estetico che vira verso la superficialità, in Oriente un forte valore simbolico che indica appartenenza e forza fisica. Quale opinione è quella giusta? Nessuna.

I tatuaggi in origine

Gli studiosi concordano nel far risalire le prime tracce di tatuaggi alle tradizioni orientali, grazie ai ritrovamenti di mummie databili addirittura al III millennio a.C.. In seconda analisi, alcune tra le pratiche più iconiche si trovano in realtà in Africa. Le usanze delle tribù magrebine, in particolare sudanesi ed etiopi, i tatuaggi femminili sono pratiche dolorose che segnano i corpi delle donne per ogni tappa raggiunta: matrimonio, maternità o menopausa. In questi casi le donne non scelgono di essere tatuate, sono costrette. Diversa è la storia delle società aborigene oceaniche, dove le famiglie Maōri rispettano il tradizionale moko: un intricato disegno personalizzato sul viso dei guerrieri, ripreso dai tatuaggi femminili sul mento delle loro mogli. In altre comunità, come quelle indiane e thailandesi, i tatuaggi venivano usati come strumenti terapeutici e pseudo-religiosi: disegni di animali e simboli della tradizione comunitaria restituivano al paziente vigore, salute o fertilità.

Nell’Impero Romano e nell’Egitto faraonico, i tatuaggi avevano un significato ancora diverso. I cittadini romani potevano essere tatuati per due diverse ragioni: i soldati portavano tatuato il nome del proprio imperatore, riprendendo la consuetudine di marchiare gli schiavi con le iniziali del padrone, mentre gli uomini religiosi venivano tatuati sulla fronte per punizione. In Egitto, con un’usanza poi ripresa dai nomadi sciiti, il tatuaggio indicava la bellezza: gli uomini e le donne dall’aspetto più attraente portavano sul viso simboli scaramantici di colore bluastro. Quasi agli opposti, in Russia, Cina e America i tatuaggi sono da sempre un simbolo maschile di criminalità – per chi volesse saperne di più, consigliamo Educazione Siberiana, nella versione cartacea di Nicolai Lilin ma anche cinematografica di Salvatores.

Non solo aghi

A partire dagli anni duemila, i tatuaggi femminili sono diventati più che popolari. Negli anni sono cresciuti per genere, età e provenienza dettando vere e proprie mode di cui, diciamocelo, molte donne si sono pentite. Fortunatamente oggi non solo è possibile coprire i tatuaggi che non ci piacciono più, ma anche rimuoverli con diverse tecniche – spesso più onerose del disegno stesso. Urge specificare che eliminare un tatuaggio realizzato con l’ago è sicuramente più semplice e meno doloroso rispetto ad altri tipi di decorazioni permanenti.

Difatti, esistono almeno altre tre tecniche fondamentali, non molto comuni in Italia:

  1. La più inquietante fra tutte, la scarificazione: dall’inglese scar, deriva dalla simbologia nordafricana. La pratica prevede la sopportazione stoica alla sofferenza di fronte a grosse incisioni, che avevano lo scopo di produrre cicatrici permanenti. La scarificazione aveva significati simbolici come la fine dell’adolescenza, ma anche estetici. Come dimostrano i canti tradizionali di alcune regioni bantu, la bellezza di una donna è data dalle sue cicatrici, voluminose ed intricate.
  2. I tatuatori tradizionali polinesiani e neozelandesi utilizzano dei pettini di osso dotati di bacchette legate all’estremità. Il pigmento, ricavato dalle noci di cocco, viene fissato sotto la pelle battendo perpendicolarmente l’ago con la bacchetta, in una pratica dolorosa e più che permanente. Leggermente meno doloroso è il metodo giapponese, in cui il procedimento è simile, ma gli aghi assumono le sembianze di un pennello obliquo.
  3. Gli inuit utilizzano degli aghi fatti di ossa, fatti passare sotto la pelle per disegnare con la fuliggine. Come? Facendo passare un filo ricoperto della sostanza nerastra, spesso sostituita con la china.

I più comuni

I più cinici li tacciano come mainstream, ma la bellezza di alcuni tatuaggi femminili rimane innegabile. Nonostante la crescente fantasia e personalizzazione, in Italia esistono dei grandi classici senza età che puntualmente vengono richiesti in tutti gli studi. La varietà dei disegni per donna di piccole dimensioni è così ripetitiva che in rete si trovano innumerevoli liste identiche, la cui originalità consiste solo nel criterio d’ordine. Primo tra tutti, abbiamo il tatuaggio della rosa: la regina del giardino può andare ovunque, ma l’ultimo grido è sicuramente quello di averla capovolta e completamente nera. Originale, ma ancora per poco. Seguono a breve distanza stelle, piume, cuori, lettering in lingue straniere e le impronte del proprio animale domestico. Per le più coraggiose abbiamo poi disegni di Bansky e mandala di ispirazione buddista, entrati ormai a far parte del corredo di gran parte delle ragazze nate tra gli anni’80 e ’90.

Un consiglio? Prima di recarci dal tatuatore più vicino, facciamo una piccola ricerca: quale disegno desideriamo davvero sulla nostra pelle per sempre, in quale stile lo vogliamo e, soprattutto, leggiamo le recensioni. Il mondo è pieno di tatuatori, ma non tutti sono artisti professionisti. Pagare meno non sempre conviene!

 

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